Bastico: carriera sì, ma non a gerarchie. Pagare di più docenti nelle aree disagiate – OrizzonteScuola

di Mariella Gerardi
La lotta alla dispersione si affronta con gli investimenti, è questo in sintesi il pensiero dell’ex Sottosegretario Bastico, intervenuta a Terrasini durante il cantiere PD sulla scuola. E bisogna farlo a partire dai docenti. Sulla valutazione, “evitare di individuare i buoni e i cattivi”. La nostra intervista.

Prof.sa Bastico, la ringraziamo per la sua disponibilità e le chiediamo qualche chiarimento sul suo intervento.

Nello specifico, ci ha colpito la sua osservazione circa l’orario di lavoro e le famose 36 ore che hanno sollevato tante polemiche, argomento che tocca anche la questione dello Stato giuridico. Le ultime indiscrezioni vogliono una ripresa della proposta di Legge Aprea che prevedeva l’istituzione di tre profili: docente ordinario, esperto e senior? Siamo sulla giusta strada?

Affrontare i cambiamenti necessari nella scuola pubblica, introducendo la “divisione” degli insegnanti in diversi profili o peggio una loro “organizzazione gerarchica”, è partire dal “verso sbagliato”. La scuola è una comunità educante, non un “normale luogo di lavoro”. E’ dimostrato che le scuole che danno i risultati migliori vedono una cooperazione ampia tra docenti. Bisogna, quindi, essere molto attenti a non creare ostacoli alla collaborazione nell’impegno educativo. Come è difficile, oggi, far comprendere la specificità del “mestiere di insegnare”!

E’ vero, però, che una qualche forma di differenziazione di ruolo va pensata: ad esempio, ritengo che dopo molti anni di impegno nella scuola sia opportuno “distaccare dall’insegnamento” i docenti, affidando loro funzioni di accompagnamento, formazione dei tirocinanti e dei nuovi assunti. Nell’ambito dell’organico funzionale, priorità a cui il Governo dovrebbe dare al più presto attuazione, è possibile individuare altri ruoli.

Lei sostiene che la valutazione dei docenti e dei dirigenti sia necessaria, ma che non debba essere considerata uno strumento per individuare i “buoni” e i “cattivi”, a cui dare “premi o castighi”. Come ritiene possa essere favorito un meccanismo di valutazione senza avere la possibilità di mettere in pratica idee e nuove energie?
Inoltre, non pensa che possano esserci alcuni criteri ed alcuni fattori validi in alcune aree geografiche piuttosto che in altre?

La valutazione che serve alla scuola oggi è quella che riguarda la comunità scolastica nel suo complesso, non i singoli individui (studenti, docenti, dirigenti), in quanto finalizzata a verificare quali siano i fattori positivi o negativi che inducono a conseguire risultati assai differenti tra scuola e scuola. Non quindi finalizzata a “dare una medaglia” alle scuole migliori, ma ad individuare e a diffondere gli elementi che le rendono tali. A tutti, prioritariamente a chi ha responsabilità di governo, infatti, deve interessare non di avere poche scuole di alta qualità, ma di garantirne una qualità diffusa.

Ritengo poi che, sempre, vada valutata la “crescita relativa” dei ragazzi, cioè devono essere considerate le condizioni di partenza, assai differenti, ricordiamolo, e verificato quanto la scuola è riuscita ad incidere in termini di crescita del ragazzo. Non ha alcun senso confrontare i rendimenti assoluti di un liceo classico nel centro di Bologna rispetto a quelli di un istituto professionale in un quartiere degradato di Palermo.

Un altro argomento che le sta molto a cuore è quello che riguarda le bocciature e la dispersione scolastica. Molti ritengono che ci sia un legame tra successo scolastico e dispersione, tuttavia soprattutto al sud la dispersione raggiunge punte del 25%. Cosa proporre per contrastare questo fenomeno?

La dispersione, con punte al Sud, ma non solo lì, è assai elevata in Italia, riguardando il 18,7% dei ragazzi, dato ben superiore alla media e agli obiettivi europei. Le bocciature sono una causa di abbandono scolastico: lo dimostra una recente interessante ricerca svolta dalla Regione Emilia-Romagna, basata sull’anagrafe degli studenti. I bocciati in prima superiore (il 13%) nel 77% dei casi incorrono in un altro insuccesso scolastico (il 49% abbandona prima del termine degli studi e il 27,3% e’ nuovamente bocciato). Questo significa che la pura ripetizione di un percorso scolastico, in modo del tutto simile al precedente, non porta ad alcun miglioramento. E’ necessario investire nelle attività di recupero per tutto l’anno scolastico. Ma sono soprattutto necessarie innovazioni nella didattica affinché tutti i ragazzi, tutti e”non uno di meno”, conseguano le conoscenze e competenze indispensabili per essere cittadini consapevoli e per il lavoro.

Le condizioni sociali e culturali delle famiglie condizionano moltissimo in Italia i rendimenti scolastici dei ragazzi: la scuola non riesce a colmare o a ridurre i divari iniziali. Per questo nei quartieri poveri delle grandi città del Sud, in zone particolarmente disagiate, gli abbandoni e gli insuccessi scolastici sono più numerosi. In queste realtà gli insegnanti dovrebbero essere pagati maggiormente, con l’impegno di non chiedere il trasferimento per un certo numero di anni per garantire continuità didattica. Ecco una forma di differenziazione tra insegnanti, non gerarchica, ma basata su un oggettivo maggior impegno.

Penso che in queste realtà sia necessaria “più” scuola: asili nido, sezioni primavera, scuola dell’infanzia per tutti i bambini dai 3 ai 6 anni, tempo pieno nella scuola elementare e prolungato nelle medie. Un tempo disteso, luoghi diversi di apprendimento sono sicuramente strumenti utili per far apprendere i ragazzi con maggiori disagi. Il paradosso e’ che questa offerta scolastica, presente nelle regioni del Nord e del Centro, manca proprio laddove e’ più necessaria.

“La scuola si innova partendo dal verso giusto”. Questo il titolo del suo discorso. Quale è, secondo lei, “il verso giusto” attraverso il quale si potrà giungere ad avere una scuola di qualità?

La definizione del progetto educativo e degli obiettivi di apprendimento, in termini di conoscenze e competenze, sono le priorità dell’oggi, insieme all’innalzamento dell’obbligo di istruzione a 16 anni, alla diffusione delle sperimentazioni nelle scuole che hanno dato migliori risultati e alla formazione in servizio obbligatoria dei docenti. Questi obiettivi diventano realizzabili se il Paese tutto, a partire dalle istituzioni locali e nazionali, dalle università, dal mondo della cultura e del lavoro, coinvolgendo docenti, dirigenti scolastici, famiglie, rimette la scuola al centro dell’attenzione, aprendo una riflessione pubblica sulla “scuola che vogliamo” nella società della conoscenza, delle nuove tecnologie, delle grandi diversità e delle grandi opportunità.

OrizzonteScuola.it

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Un pensiero su “Bastico: carriera sì, ma non a gerarchie. Pagare di più docenti nelle aree disagiate – OrizzonteScuola”

  1. Sono pienamente d’accordo con quanto detto dall’ex sottosegretario Bastico e in particolare sulle realtà a rischio. Lavoro da 25 anni in una realtà molto disagiata e le carte vincenti sono state appunto il prolungamento del tempo scuola, l’aver speso i soldi dei progetti in attività di recupero e di potenziamento anche utilizzando linguaggi alternativi. E’ necessario che si investa sulla scuola, rivalutando quelle che sono le buone pratiche, implementando gli organici e non assottigliandoli come si è fato in questi ultimi 14 anni, dalla riforma Moratti ad oggi. La pluralità dei docenti, la collegialità, la corresponsabilità, la coesione di intenti non erano solo parole ma fatti che funzionavano. Con la legge Moratti e in seguito con la Gelmini si è praticamente ritornati al maestro unico (prevalente) che molti hanno inteso “mi chiudo in classe e cerco di risolvere i miei problemi”. Non è questa la scuola che vuole l’autonomia, la scuola doveva essere autonoma perché diverse erano le realtà e quindi doveva poter gestire le risorse in modo da ottimizzarle e quindi creare al suo interno e con le scuole vicine una rete di collaborazione, di gestione condivisa. Ma l’autonomia è diventata la molla per “offrire di più” ma veramente si offre di più in termini di qualità? Tanti, oserei dire infiniti sono i quesiti che si aprono sulla scuola ma di certo rimane il fatto che la scuola non può essere equiparata ad un’azienda, chi vi opera ha un compito delicato da portare a termine e non offre il servizio in base al suo salario. Il lavoro del docente non comincia a scuola e finisce a scuola ma dura molte più ore in termini di vissuto emotivo, di responsabilità e spesso anche di organizzazione del lavoro. Ad esempio quando un allievo non va o si comporta male il docente si interroga su cosa ha sbagliato, su cosa può fare e porta dentro di sé questo dilemma fino a che non riesce a trovare la giusta soluzione. Lavorare con bambini, ragazzi non è come produrre scatole o progettare una casa. Ogni lavoro ha i suoi rischi e vantaggi ma la scuola forma le menti, le persone quelle stesse menti, quelle persone che un domani produrranno scatole o costruiranno case. E’ una grossa responsabilità. Investire oggi nella scuola significa investire nel futuro del nostro paese. Dare sostegno a chi ne ha bisogno come alla scuola della periferia di Palermo vuol dire togliere manovolanza a chi non vuole che questo paese sia migliore. Per questo e per tanti altri validi motivi la scuola deve essere al primo posto, accanto al lavoro, nell’agenda politica di questo governo.

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