“Così i soldi facili dei boss hanno corrotto l’Emilia” di Giovanni Tizian

da “La Gazzetta di Modena

“I giorni della merla” sono vicini, ma la bufera è arrivata con qualche giorno di anticipo. Una tempesta particolare. Più politico-giudiziaria che climatica. L’Operazione Aemilia, con i suoi oltre cento arresti, è la conferma investigativa a tante inchieste giornalistiche pubblicate dalla Gazzetta di Modena, di Reggio e da l’Espresso. Ora nessuno, ma proprio nessuno, potrà dire che gli anticorpi per difendere il territorio dalla ‘ndrangheta calabrese sono sufficienti. Non lo potrà dire per il semplice fatto che il fenomeno di cui parliamo è definito dagli investigatori con il termine «’ndrangheta emiliana». Un’organizzazione quindi che parla la stessa lingua, e a volte pure lo stesso dialetto, della ricca borghesia modense, bolognese, reggiana, parmense e piacentina. E il fatto di parlare la stessa lingua, di ragionare allo stesso modo, di conferire al profitto un valore superiore a tutto il resto, mette tutti sullo stesso piano. Loro, i criminali, partono avvantaggiati. Sono un passo avanti e si propongono come consulenti dell’illegalità. Come evadere le tasse, come creare fondi neri, per chi è alle prime armi. ma ha voglia di imparare, questi professionisti del crimini aiutano chi ha bisogno. L’inchiesta “Aemilia” del Nucleo investigativo di Modena e di Reggio Emilia, coordinati dalla Procura antimafia di Bologna, è piena di riferimenti a imprenditori locali che flirtano con i boss.

Boss in giacca e cravatta e che si recano nei cantieri con bolidi di lusso. I servizi che offre la ‘ndrangheta emiliana sono molti e tutti diversi. A seconda delle esigenze. «’Ndrangheta Emilia Romagna servizi spa», verrebbe da dire. La tentazione è di identificarla con una società per azioni che vende servizi, appunto, di ogni tipo. Vende per esempio il recupero dei crediti: l’imprenditore con l’acqua alla gola che aspetta un credito da un collega, magari pure lui in difficoltà, ingaggia gli emissari della super cosca che in pochi giorni risolvono la faccenda.

L’USURA. E poi c’è il prestito: l’usura. In questa indagine il clan fa da banca. I suoi sportelli sono sempre aperti. Un fiume di quattrini che viene concesso con interessi altissimi a imprese o commercianti in crisi, sull’orlo del fallimento. Molti di questi, e qui sta l’assenza delle istituzioni, si sono rivolti al crimine perché i rubinetti del credito legale, quindi delle banche, sono diventati inaccessibili. Le banche non prestano soldi, e chi rischia il fallimento cosa fa? Si rivolge ai banchieri della ‘ndrangheta. Con un rischio altissimo. In cambio, infatti, il clan ha chiesto e chiederà una fetta dell’azienda, oppure si limiterà a chiedere indietro i soldi, e per chi non paga, come hanno documentato i detective dell’Arma, ci sono botte e incendi. Insomma, solo se i patti vengono disattesi riemerge il volto brutale, più conosciuto, della ‘ndrangheta.

La normalità però è un’altra: «Gli imprenditori si erano arricchiti attraverso il sapiente investimento delle somme messe a disposizione dai clan – attraverso false fatturazione o a movimenti in mero – si erano messi a disposizione delle cosche senza che fosse necessario alcun atto intimidatorio esplicito», si legge nelle carte dell’indagine.

TUTTI FELICI. Quindi, tutti felici e contenti, i buoni e i cattivi. I buoni che fingono di essere brave persone guadagnano evadendo le tasse attraverso le false fatture, e i boss che con questi pezzi di carta intestati alle loro società riescono a giustificare entrate illecite, cioè riciclano i soldi di estorsioni, droga, e vari traffici. Su questo si fonda il patto di sangue tra impresa e clan. Anche perché, qual è l’imprenditore che per denunciare il mafioso è disposto a denunciare se stesso per evasione?

Non è un caso che per gli oltre 70 casi di estorsioni e usura accertati in pochi anni dai Carabinieri le denunce siano state pari a zero. Un dato sconvolgente, perché l’omertà in questo caso non è figlia della paura, ma della convenienza. In altre parole: non denuncio perché ciò che subisco, in fin dei conti, mi porta anche qualche vantaggio.

IL CASO BIANCHINI. Il caso dell’azienda Bianchini Costruzioni ci dice alcune cose e sfata alcuni stereotipi della presenza mafiosa in Emilia. Ci dice, per esempio, che chi sceglie di gestire un business con la cosca lo fa in maniera consapevole, perché, appunto, conviene. I ripetuti contatti tra gli uomini della cosca Grande Aracri e Augusto Bianchini sono sintomatici di un rapporto serio di collaborazione. Ma questo saranno i processi a dircelo. Certo è che già le informative che hanno portato allo stop dell’azienda da parte della prefettura era preciso: forti condizionamenti, e un elemento quasi sfacciato, l’assunzione del genero del super boss Nicolino Grande Aracri, detto “Manuzza”.

E la politica? In un solo giorno abbiamo scoperto che ben due politici emiliani sono finiti sotto inchiesta per concorso esterno alla ‘ndrangheta, cioè vuol dire che sono sospettati di complicità con Grande Aracri. Uno di questi è addirittura in carcere: Giuseppe Pagliani di Reggio Emilia lista Forza Italia. Per l’altro, Giovanni Bernini, i pm avevano richiesto l’arresto, ma il giudice l’ha negato. In un sol giorno quindi superiamo le regioni a noi vicine, come la Lombardia, per politici inquisiti per questo tipo di reato. Non male.

SIAMO ALL’INIZIO. Ma la sensazione è che siamo solo all’inizio. Come fu per la Lombardia dopo la maxi operazione Crimine(300 arresti tra Calabria e Lombardia nel 2010) che diede il via a decine di operazioni della stessa importanza. E questo perché una volta aperti, certi vasi sono più profondi di quel che potevamo immaginare. E così la ‘ndrangheta emiliana, molto più radicata di quel che può sembrare. Che come ha scritto il sostituto procuratore della Direzione nazionale antimafia Roberto Pennisi «ha puntato alla conquista delle menti degli emiliani».

In parte è riuscita nell’impresa, e lo dimostrano alcune intercettazioni di una donna, una professionista bolognese, Roberta Tattini, che si vanta con il marito di avere avuto l’onore di ospitare il capo dei capi calabrese nel suo studio. Un visita per mettere a punto alcuni affari in corso. Ora, come si spiega che una donna, bolognese, mai affiliata, ben inserita nel mondo delle professioni e delle banche, al di sopra di ogni sospetto, veda nel padrino Nicolino “Manuzza” anche detto “Mano di gomma”, accusato delle bestialità più assurde, un carisma che in pochi hanno? E si vanti di conoscerlo? Come si spiega, se non con l’analisi della conquista delle menti? Una strategia che la ‘ndrangheta emiliana ha portato a termine. Con buona pace di chi, politica inclusa, continua a negare, minimizzare, e persino a delegittimare chi a costo della vita e di enormi sacrifici – penso agli ottimi investigatori arrivati nei reparti investigativi e in procura antimafia – porta avanti una battaglia, che spesso è solitaria.

IL MODELLO EMILIANO. Perché l’Emilia torni felix, quella del modello emiliano per intenderci, è necessario prendere atto dei risultati di questa operazione. E ammettere per una volta i gravi errori commessi nel recente passato. A partire dal mutamento genetico subito dalle cooperative, che da simbolo di un ideale si sono trasformate in società d’affari, come ce ne sono tante, che badano solo al profitto.

E infine, anche noi come giornalisti dobbiamo fermarci un attimo e fare autocritica. Perché come tutte le categorie di professionisti siamo esposti al rischio di inquinamento. Mi riferisco ai colleghi coinvolti con la ‘ndrangheta emiliana. Uno di questi è di Reggio Emilia, nato a Modena. Marco Gibertini che faceva da ufficio stampa al clan. Questa è la novità che viene dalla nostra terra, la strategia mediatica messa a punto dalla cosca. Mai si era vista una cosa del genere. Ma che ben si colloca nel profilo imprenditoriale della ‘ndrangheta emiliana, che come una vera holding finanziaria, quindi al pari di una società quotata in borsa, si munisce di un ufficio comunicazione per rendere presentabili gli impresentabili agli occhi dei cittadini. Su questo, cittadini, giornalisti, attivisti, associazioni e partiti, devono riflettere. Una riflessione necessaria per preservare l’informazione, un diritto costituzionale, dalla gabbia dei padrini.

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