“Femminicidio o liberticidio? Cosa fare dopo la violenza?” Una recensione

La pregevole pubblicazione di Maria Clotilde Pettinicchi Femminicidio o Liberticidio? Cosa fare dopo la violenza? offre allo sguardo del lettore un panorama della problematica della violenza di genere che sintetizza vicende provenienti dai più disparati contesti, filtrato dal punto di vista della criminologia e della psichiatria.
La variegata esperienza indagata e ricondotta sotto il termine di femminicidio, di non recente diffusione nel discorso pubblico, illumina una fenomenologia di comportamenti devianti a partire dalla sfera delle relazioni primarie e familiari a quelle sociali, dalla negligenza grave e dagli atti reiterati di violenza, per giungere infine all’atto fatale: all’omicidio di una donna in quanto soggetto di cui non viene riconosciuta la libertà individuale.
L’analisi di questo interessante libro, alla cui stesura hanno contribuito anche Erica Alberti, Mariangela Bastico, Paolo Boschetti, Chiara Ghetti, Angela Miccichè, Pietro Paganelli e Amanda Zanni, fa emergere l’arcaicità e l’incomprensione del fenomeno da parte della coscienza sociale più diffusa nella società attuale, ulteriormente acuite dalla recente crisi della globalizzazione, l’inefficacia della sfera giuridica a ostacolare e a difendere le donne dalle manifestazioni più crudeli e violente di un potere che lega la propria insensatezza alla sempre più ottusa arbitrarietà.
L’irrazionalità nichilistica dei comportamenti criminogeni ha come conseguenza il diffondersi di un’insensibilità per il destino delle vittime e il restringersi del loro orizzonte di libertà. Ciò induce a un apprezzamento particolarmente significativo della cura che l’autrice impiega per fare risaltare la dimensione riparatrice verso le vittime e il difficoltoso recupero dei soggetti di comportamenti criminali.
Solo una professionista versatile come Maria Clotilde Pettinicchi, medico psichiatra, criminologo clinico e psichiatra forense di grande esperienza, poteva restituire ai lettori un’analisi di casi clinici che, nella sua drammaticità, appare sempre connotata da notevole rigore analitico. In Femminicidio o Liberticidio? emerge con chiarezza l’immagine di un uomo disorientato e privo degli strumenti per affrontare adeguatamente il passaggio dal modello di famiglia allargata e patriarcale, in cui i ruoli della donna e dell’uomo erano rigidamente connotati e cristallizzati in posizioni ben definite, al modello di società di tipo nucleare in cui, venendo meno la ripartizione aritmetica dei ruoli e delle funzioni, le relazioni da «asimmetriche» nella gestione del potere sono diventate «simmetriche», dando inevitabilmente adito a un’autentica guerra per la gestione del potere nel contesto familiare. Da queste dinamiche avrebbe origine la maggiore tendenza all’uso della violenza (fisica e/o psicologica) da parte di entrambi i contendenti.
Che fare, dunque, si chiede l’autrice, di fronte al dilagare del fenomeno del femminicidio, concepito non solo come efferata uccisione carnale di una persona, ma anche come violenza psicologica finalizzata a privare un altro individuo della libertà di pensiero, di scelta, di autodeterminazione? Quali provvedimenti dovrebbero essere adottati per reintegrare gli autori di questi atti di violenza in un contesto
sociale che dovrebbe raccogliere la sfida di questa complessità, che risulta accentuata dall’attuale crisi economica e di valori?
Come giustamente rileva la senatrice Mariangela Bastico nella prefazione, le istituzioni educative dovrebbero rivestire un ruolo di primo piano nell’educare le giovani generazioni ad avere rispetto per la libertà di ogni persona e delle diversità, partendo dal demolire stereotipi di genere fortemente radicati e contrastando efficacemente ogni forma di bullismo. Per riaffermare la libertà come concetto intrinsecamente pedagogico, fondamento e fine dell’educazione stessa, condicio sine qua non di ogni processo di realizzazione personale e sociale, superando la logica del «principio di piacere», la scuola dovrà essere necessariamente supportata dai contesti familiari e sociali. Solo così diventerà possibile tessere una «nuova alleanza fra uomini e donne, che condividono il rispetto di ogni persona e ne di-fendono l’autonomia e la dignità, volta a contrastare ogni forma di violenza e di tolleranza della stessa».
Particolarmente degno di nota appare il capitolo decimo, Il futuro e le nuove generazioni di fronte alla violenza: di genere, parentale, amicale e lavorativa, in cui viene sottolineata la necessità di rimodellare le relazioni all’interno della famiglia, che rappresenta il microcosmo d’eccellenza da cui occorre partire per promuovere un cambiamento radicale di ottica nella società. È proprio nel contesto familiare, infatti, osserva la Pettinicchi, che relazioni connotate da bassi profili di condivisione e chiarezza danno origine a manifestazioni di sofferenza di varia natura, per sfociare nei casi più drammatici in reati di genere, concepiti come atti di deprivazione dell’esistenza e della libertà.
Ipotizzare un futuro scevro da violenze di elevato profilo criminogenetico non costituisce una mera utopia secondo la Pettinicchi, a patto che si interpreti correttamente la portata etica del motto «volere è potere» di alfieriana memoria, cercando di comprendere quali siano le motivazioni che impediscono ad alcuni soggetti di non capire che la libertà del singolo finisce dove comincia quella di un altro individuo. Non esiste infatti libertà che non risulti fondata sul rispetto delle regole, anche se «l’autocritica, il senso di responsabilità, la consapevolezza di dover rispettare delle regole sembrano essere deficitari in questo inizio del nuovo millennio».
È poi indispensabile effettuare una lettura del sistema in un’ottica di pensiero complesso, perché tutta la società risulta inevitabilmente coinvolta in questa tipologia di violenza circolare e coloro che, per professione o compiti istituzionali, vengono a contatto con queste azioni violente hanno il dovere di cogliere i primi sintomi di questi comportamenti: atti di bullismo commessi all’interno delle istituzioni scolastiche, l’adozione di un modello educativo eccessivamente rigido e restrittivo, azioni di mobbing compiute nei contesti lavorativi, abuso di sostanze stupefacenti o atti di arbitraria limitazione della libertà nella sfera domestica rappresentano i primi segnali di una violenza che, se non colta tempestivamente o interpretata in modo distorto, può avere delle gravissime ripercussioni sul futuro di tutti i soggetti coinvolti in queste dinamiche relazionali. Occorre inoltre evidenziare che «l’ambito penitenziario potrebbe essere un luogo in cui la revisione critica del reato […] induca i rei a riflettere sulle modalità criminose che hanno pervaso le relazioni di genere».
Si raccomanda caldamente la lettura di Femminicidio o Liberticidio? perché la sofferenza che ha devastato l’esistenza di Levika, Filomena, Nastia e di tutte le altre donne, i cui casi sono stati descritti dalla Pettinicchi con straordinaria sensibilità e umanità, costringe il lettore a effettuare una profonda riflessione in merito alle 940 Orientamenti Pedagogici Vol. 61, n. 4, ottobre-novembre-dicembre 2014
responsabilità dell’individuo, della società e della famiglia di fronte al dilagare di questa tipologia criminale, nella consapevolezza che il baratro della solitudine e della muta disperazione in cui sono precipitate molte di queste donne costituisce uno dei principali fattori che impedisce di intraprendere un percorso di riscoperta di se stesse, spezzando le catene delle relazioni violente in cui risultano imprigionate.
E. Schiavello

Orientamenti Pedagogici Vol. 61, n. 4, ottobre-novembre-dicembre 2014 Varie
Miscellaneous
M.C. Pettinicchi
Femminicidio o Liberticidio? Cosa fare dopo la violenza?
Modena, Andrea Ferrari, 2014, pp. 160

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