Gli incentivi e le incertezze – La Repubblica

CHIARA SARACENO

DOPO anni in cui gli insegnanti sono stati trattati dai governi come pura spesa da tagliare, il linguaggio con cui ieri sera è stato varato il disegno di legge sulla scuola segna senza dubbio una inversione di tendenza. Gli insegnanti non vanno più puniti con stipendi mortificanti e bloccati.

ALcontrario si prevede anche un bonus specificamente destinato a favorire l’arricchimento culturale: qualche libro o disco, un concerto, una sera a teatro — tutte attività pressoché inaccessibili a chi, avendo la responsabilità di stimolare lo sviluppo del capitale umano dei propri studenti, con lo stipendio da insegnante non può permettersi di arricchire il proprio. E gli incentivi legati al merito sembra che non siano più, come in una bozza precedente, alternativi agli scatti di anzianità e legati ad una formula percentuale che negava il merito proprio quando lo proclamava. Anche l’intenzione di arrivare a un organico funzionale, che consenta di supplire alle eventuali necessità di coprire cattedre temporaneamente scoperte per malattie lunghe, maternità o altro, va nella direzione giusta, almeno per quanto riguarda il contrasto sia alle “classi pollaio”, sia alla creazione di sempre nuovi bacini di supplenze. Spero che apra anche alla possibilità di maggiore collaborazione agli insegnanti di una classe, lasciando loro più tempo per lavorare insieme, invece di girare da una classe all’altra come supplenti volanti. E che comprenda anche gli insegnanti di appoggio, sia per gli studenti disabili, sia per quelli che — per motivi linguistici o sociali — hanno bisogno di un sostegno in più.
Certo, per ora, nonostante fosse una priorità del governo Renzi, a un anno dall’insediamento siamo ancora al disegno di legge, scritto in gran parte all’ultimo momento, con radicali cambiamenti di direzione da un giorno all’altro. Ciò non è una garanzia per il percorso parlamentare che deve ora intraprendere, non perché il Parlamento non abbia il diritto e il dovere di dire la propria su un tema così sensibile, ma perché le incertezze di cui ha dato prova il governo prima di arrivare a questo disegno di legge legittima ogni possibile imboscata e voltafaccia in Parlamento, non necessariamente in direzione di un miglioramento e dello scioglimento in positivo delle ambiguità che rimangono. C’è innanzitutto la questione delle risorse necessarie per tenere insieme scatti di anzianità, bonus culturale, premi al merito e nuove assunzioni. Queste ultime poi, possono sembrare ancora troppo con il contagocce a chi aspetta da anni di entrare in ruolo. Ma possono anche preoccupare nella misura in cui le graduatorie ad esaurimento includono, tra le altre, persone che da anni non hanno mai insegnato perché nell’attesa si sono guadagnate da vivere in altro modo. Cattivi insegnanti possono trovarsi anche tra chi è in ruolo, così come ottimi insegnanti tra chi fa supplenze da anni. Ma non ci si può affidare per l’assunzione in ruolo a una certificazione avvenuta anni fa e mai più verificata né messa alla prova.
Anche le modifiche curriculari e quelle relative all’autonomia scolastica vanno comprese meglio. Rimane
infine la questione del finanziamento alle scuole private paritarie, sia pure solo fino alle medie inferiori. A parte il dettato costituzionale, in un periodo di risorse scarse compito dello Stato è di investirle tutte per offrire una scuola pubblica più buona possibile a tutti. Se qualcuno vuole qualche cosa di diverso, lo faccia esclusivamente a spese proprie. Anche la questione del 5 per mille per la scuola non è priva di rischi, nella misura in cui sottrae risorse allo Stato per destinarle a singoli progetti scolastici non è chiaro decisi da chi. Un contribuente che ha figli che frequentano un buon liceo di Milano sarà disponibile a dare il proprio 5 per mille a progetti destinati alle scuole dei quartieri più deprivilegiati di Milano, o Napoli, o Palermo che non potranno contare sul 5 per mille dei propri abitanti?

 

La Repubblica

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