Il modello-Emilia tramonta con la sconfitta Pd del 2013 – Il Sole24Ore

Viaggio nella Regione rossa
di Lina Palmerini

«Erano gli anni ’80, in consiglio regionale si fece un dibattito dal titolo “Afferrare Proteo”, dove Proteo rappresentava il mercato. C’era tutto il Pci regionale e c’ero anch’io, ero segretario della Dc, e mi ricordo le conclusioni di quella giornata riassunte in una frase illuminante di Turci. Lui disse: “Se Proteo non fosse per definizione inafferrabile, noi potremmo dire di averlo afferrato”».

Pierluigi Castagnetti ripensa a quegli anni vissuti da «albino», un estraneo in un mondo tutto declinato in rosso. E quella frase, in effetti, rappresenta bene quello che era il modello emiliano: un Pci che afferrava tutto, anche l’inafferabile, anche il mercato. Questo era quello che era l’Emilia e che Fausto Anderlini, sociologo bolognese con una lunga militanza nel partito, chiama modello «integrativo», cioè «un partito luogo delle decisioni che poi fa da cerniera verso le istituzioni, enti locali, forze sociali, imprese». Spiega di aver preso la definizione da un libro di Patrizia Messina che contrappone il modello bianco del Veneto – «aggregativo» – a quello rosso emiliano «integrativo», appunto. Ma è un passato che non ritorna anche se qualcuno ha provato a rianimarlo.
«Pierluigi Bersani, nel 2013, fa l’estremo tentativo – dice Anderlini – di far rivivere una storia. L’unica volta in cui gli “emiliani” hanno tentato la scalata nazionale, una prova di sopravvivenza. Con lui c’erano Errani, Migliavacca, Fiammenghi. Hanno perso, lo sappiamo. E quel tentativo fallito ha conclamato il declino di un modello e di quel ceto politico». Un tentativo tardivo quando ormai la presa sulla società non era più così stretta, quando il rapporto del partito con le coop o con i sindacati funzionava ormai al al rovescio, quando il mercato aveva cambiato la vita delle imprese e quando i militanti erano ormai solo anziani. Insomma, un tentativo fatto quando Proteo era diventato inafferrabile davvero.
È subito dopo, nelle ore brucianti della sconfitta, che gran parte di quel ceto politico si sposta sull’opzione B e si converte a Matteo Renzi che in Emilia stravince alle primarie n.2 contro Cuperlo e stravince alle europee contro Grillo. «Gli effetti del renzismo applicati all’Emilia li vediamo, però, con questa vicenda delle primarie. Sia chiaro – dice Anderlini – l’inchiesta della magistratura è ai limiti del colpo di Stato ma il partito ha reagito con una crisi di nervi perché non ha più sicurezza di sé. Perché le primarie lo hanno trasformato in un comitato elettorale, un luogo senza discussioni, perché il partito rinuncia alla funzione di selezione di classe dirigente e dunque diventa fragile, in balia di eventi anche piccoli». Questa è la profezia di Anderlini, di un ceto politico che tenta la via di salvezza con Renzi ma che incontrerà la sua definitiva fine. Ma è una tesi. L’altra è che a un modello che si è esaurito, che non ha più presa sulla società, va fatto un innesto nuovo.
Spiega Salvatore Vassallo politologo dell’università di Bologna e già deputato Pd nel 2008. «Il residuo di quella storia è in organismi politici invecchiati, in militanti ormai solo anziani, in una partecipazione inaridita. Con questa realtà, oggi, ci si deve confrontare e le elezioni del 2013 hanno dimostrato che la politica della nostalgia non porta da nessuna parte. Dunque serve un nuovo innesto che sia piantato sul corpo invecchiato ma resistente dell’Emilia, un’operazione di riqualificazione della classe dirigente e della partecipazione. Un’operazione che non deve partire da zero ma che ha come unica via le primarie». E quel modello che Anderlini chiama integrativo ma che è stato anche una cappa di potere nella società e nell’economia, ormai offre un’eredità debole ma pur sempre presente. «È un tessuto di classe politica che connette in modo informale persone di partito, amministrazione, imprese cooperative e partecipate: una eredità che ha del buono e del cattivo, dell’onesto e del discutibile. Il pro è una maggiore capacità di coordinamento; il contro è un minor grado di apertura e contendibilità».
E di quel declino un segno è stata anche la nascita del grillismo, proprio in Emilia. «Nasce sul declino della partecipazione nel partito ma sta dentro quella cultura emiliana partecipativa e infatti nasce qui, come movimento critico». Una storia che comincia con le comunali 2009 quando Favia raccoglie un 3%, poi alle regionali 2010 triplica i consensi fino al take off delle amministrative 2012, quando Grillo arriva al 20% e conquista Parma. Il tentativo di Bersani è dell’anno successivo e Grillo gli sbarra la strada: la storia ha qualcosa da insegnare anche alle primarie di oggi.

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