Il parlamento e la Costituzione: problemi e prospettive

Vi segnalo il mio intervento in occasione della presentazione del volume “I parlamentari dell’Emilia Romagna” (Vittoria Maselli Editore) in cui ho toccato i temi del populismo, delle organizzazioni sociali, dei corpi intermedi e delle nuove forme di partecipazione e di comunità.

Ringrazio l’Associazione per avere organizzato questa iniziativa di presentazione del libro “Parlamentari dell’Emilia-Romagna”. Vi ho scritto un mio contributo, la testimonianza della mia esperienza, perché credo sia oggi importante far conoscere che cosa significa essere componenti del Parlamento, come si lavora, quali sono le realizzazioni e gli insuccessi.
E’ un modo per cercare di avvicinare più persone alla vita delle istituzioni pubbliche. Da insegnante so che la testimonianza diretta costituisce una modalità molto efficace di apprendimento e di trasmissione delle conoscenze.
Ringrazio in particolare Lorenzo Capitani per l’introduzione interessante e ricca di stimoli che ci ha proposto.
Credo che sia necessario dare seguito a questa nostra discussione, rendendola pubblica e dando un nostro contributo alla riflessione sulle riforme necessarie, in questa fase di profonda crisi sociale e politica.
Vorrei sviluppare il mio intervento su un aspetto particolare.
Come è stato ricordato, Dossetti in un suo importante intervento a Monteveglio il 16 settembre 1994 sulla Costituzione, ha sottolineato che, accanto alla divisione dei poteri e al loro equilibrio, il testo costituzionale prevede la diffusione dei poteri, che sono attribuiti ad una molteplicità di soggetti. Questo è pienamente coerente con l’impianto complessivo costituzionale che dà ampio spazio, accanto all’individuo, alle “formazioni sociali ove si svolge la sua personalità” (art.2): associazioni, sindacati, partiti. Così come è grande il valore e il ruolo assegnato alle autonomie locali (art. 5 e Titolo V) e alle autonomie funzionali, quali scuola e università (art. 33).
Questo impianto costituzionale è stato progressivamente disatteso, negli ultimi venti anni, in corrispondenza all’ampliarsi della crisi della politica e al vasto consenso attribuito a partiti, a cominciare da Forza Italia, connotati da evidenti elementi di populismo.
Uso il termine populismo per indicare una concezione politica che privilegia decisamente il rapporto diretto tra il leader e i singoli cittadini, nella convinzione che ogni corpo intermedio, capace di organizzazione e portatore di rappresentanza, costituisca un ostacolo alla realizzazione delle politiche.
Discredito ed ostilità sono stati ripetutamente espressi dai vari governi Berlusconi nei confronti delle organizzazioni sindacali, dell’associazionismo, della cooperazione. Politiche e scelte normative pesantemente negative hanno penalizzato gli enti locali, le autonomie scolastiche, le università. Basti osservare che i tagli più rilevanti di risorse sono stati attuati proprio su questi soggetti, mettendoli in alcuni casi seriamente in difficoltà nella realizzazione dei propri compiti ed obiettivi.
Nella concezione populistica è il “capo” che assume per tutti, in velocità e con capacità di scegliere bene, le decisioni, senza bisogno di ascolto o di concertazione con vari soggetti portatori di rappresentanza e di interessi.
E’ evidente che, in tale quadro, il Parlamento, quale sede della rappresentanza attraverso i partiti politici, perde la propria centralità, viene svuotato delle proprie competenze, fino a farne un luogo “inutile”, perché condotto a non potere assumere decisioni. Il governo, presieduto dal “capo”, direttamente investito dal popolo (ricordiamo quali forzature in questa direzione siano state fatte sulla legge elettorale, con l’indicazione del nome del candidato premier, in contrasto con le norme costituzionali, che definiscono la nostra una repubblica parlamentare), svolge di fatto, oltre che il ruolo di esecutivo, la funzione legislativa, attraverso il costante ripetersi di voti di fiducia che espropriano il Parlamento di qualsiasi possibilità di intervento sui testi di legge. Nella scorsa legislatura assai significativo in questa direzione è stato un intervento del Presidente Berlusconi, che, partendo dalla inutilità dei dibattiti parlamentari e dalla necessità di fare in fretta, cioè di lasciar fare a lui, propose di fare intervenire esclusivamente i capigruppo, al fine di ridurre drasticamente i tempi di discussione.
Un Parlamento svuotato delle proprie competenze non può che essere avvertito dai cittadini come istituzione inutile; coloro che vi siedono sono considerati nullafacenti e di conseguenza qualunque sia la loro remunerazione sarà sempre troppo elevata.
Pesanti attacchi al Parlamento vengono portati dai suoi stessi componenti, in particolare oggi. Infatti, accanto agli eletti (o meglio nominati) di PDL, ora di nuovo Forza Italia, siedono i Parlamentari del Movimento 5 stelle. Il populismo di questo movimento e dei suoi (due) “capi” è di una evidenza lampante.
In questo contesto politico e parlamentare, grandissima attenzione deve essere posta alle riforme costituzionali, alcune delle quali possono rafforzare la propensione al populismo, apportando un cambiamento radicale all’impianto costituzionale.
Non condivido coloro che sostengono l’assoluta intangibilità dell’attuale testo costituzionale. Ma sono per apportare solo alcune modifiche, quali il superamento del bicameralismo perfetto, la riduzione del numero dei parlamentari, la modifica di alcune parti del Titolo V relative alla distribuzione delle competenze tra Stato e Regioni. Va utilizzata una estrema prudenza: in questo contesto l’attuale rigidità delle norme costituzionali e la complessità della procedura di revisione costituiscono importanti tutele e garanzie.
La crisi dei corpi intermedi e delle forme attuali della rappresentanza è evidente. Certamente ci sono colpe, che hanno ridotto i livelli di autorevolezza e di credibilità, ma gli attacchi sono stati molto pesanti, accompagnati da campagne di discredito da parte dei mass media. Come non ricordare gli attacchi dei governi e degli stessi Ministri all’istruzione contro le scuole e le università pubbliche, alle quali intanto venivano tolte risorse ingenti? E alle autonomie locali? Mentre a parole il governo declamava il federalismo e l’attribuzione di nuove competenze alle Regioni, nei fatti si praticava un centralismo “spinto”.
Tutto ciò ha privato le persone di punti di riferimento credibili, aumentando la condizione di solitudine e la debolezza degli individui, accentuate dalla situazione di grave crisi economica e occupazionale.
In questa società frammentata rimangono un grande bisogno e voglia di partecipazione. Certamente in forme nuove, quali ad esempio i movimenti per l’acqua pubblica, per i beni comuni, i comitati, i raggruppamenti che nascono per l’acquisto di beni, per la gestione di servizi, la co-housing, tutte esperienze che vanno considerate con attenzione. Ricordiamo che, storicamente, forme organizzate fondamentali, quali le cooperative e i sindacati, sono nate e si sono sviluppate proprio per rispondere ai bisogni essenziali delle persone. Se oggi si pratica sempre meno la partecipazione attraverso la delega a soggetti della rappresentanza, ciò non significa che le persone non si organizzino in forme comunitarie, magari più piccole e frammentate, che possono essere luoghi veri di condivisione e partecipazione.
Mi sembra stiano nascendo (o rinascendo?) forme comunitarie interessanti e innovative, momenti di partecipazione in un mondo in cui locale e globale si intrecciano e connettono costantemente. Ad esse la politica e le istituzioni debbono riferirsi, sapendone cogliere il valore per favorire la coesione sociale e uno sviluppo economico sostenibile.

20 novembre 2013
Reggio Emilia, Teatro Municipale “Romolo Valli”

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