La realtà, fuori e dentro. Intervista ad Annalisa Vandelli

Annalisa Vandelli, nata a Sassuolo (1972) ha frequentato il liceo classico L.A. Muratori di Modena e si è laureata in Lettere a Bologna, diventando poi giornalista e fotoreporter. Ha lavorato in Etiopia, Kenya, Nicaragua, Tunisia, Guatemala, Pakistan, Territori Palestinesi, Egitto, Albania, Libano e Giordania. Ha scritto diversi libri, tra i quali ‘Scritto sull’acqua’ che è diventato opera teatrale interpretata da Ivana Monti, Anna Palumbo e Teri Weikel. ‘Magnitudo Emilia’ racconta il sisma e la ricostruzione, il carattere emiliano. Ha vinto i premi: Hombres, Albero Andornico, Profilo Donna 2012 e Premio Nazionale Mediterraneo 2014.

Annalisa Vandelli è stata intervista per agender da Roberta Cavazzuti.

Hai condotto la maggior parte della tua attività professionale in paesi lontani, di cui ci hai narrato nei tuoi reportage e nei tuoi libri, e da cui hai imparato tanto. Modena e l’Emilia-Romagna ti insegnano ancora delle cose?

La mia terra, la mia Emilia, mi ha insegnato e continua a insegnarmi molte cose che sono emerse anche recentemente nella tragica occasione del terremoto del maggio 2012: la concretezza, la tenacia, la capacità e volontà di non arrendersi della sua gente, la forza di rimboccarsi  le maniche rifiutando di addossare sempre la colpa agli altri, l’operosità, la generosità, che oltre ad essersi manifestata nel volontariato prodigatosi in mille forme nel cratere del sisma, si esplica ogni giorno in un  volontariato capillare che copre tanti aspetti del sociale. Ma l’Emilia si è distinta sempre anche per la creatività: basti pensare al  distretto ceramico da cui provengo; è stata la creatività degli industriali che nel giro di una generazione ha portato quelli che erano stati fino ad allora contadini a fondare e dirigere industrie ora quotate in borsa. Ma potrei citare ancora, dall’altra parte della provincia, il biomedicale nella Bassa modenese, o il tessile a Carpi… Ora è vero che questa operosità è da qualche tempo sotto attacco, insidiata pure da infiltrazioni mafiose che hanno approfittato persino del terremoto per insediarsi, dissimulate, in una terra ricca che offre tanto. Ma anche in questo caso le difese della gente emiliana cercano di respingere, si spera vittoriosamente, i corpi estranei e nocivi.

Quanto a Modena: il Duomo col suo splendido romanico e la narrazione di Wiligelmo, che è quanto dire un incontro con la bellezza, la religiosità, il racconto; l’Accademia o la Modena ducale, con un altro tipo ancora di bellezza, che si offre allo sguardo. Modena è una città ricca di cultura. Vero è che da parte di molti modenesi si lamenta un parziale afflosciarsi delle iniziative culturali, una perdita di vivacità, di smalto rispetto alla Modena di qualche anno fa. Per me che a Modena non sono nata e non abito, nel mio andare e tornare è difficile dare un giudizio sul merito; preferisco sottolineare l’intreccio comunque di arte, bellezza, creatività, tenacia di questa mia Emilia e non posso non pensare a quanto, a Paesi immersi in una passività o in un’ottica di fatalistica accettazione, può dare questa terra.

Abbiamo parlato ora delle radici, di quello che è vicino, ma mi viene da chiederti: ciò che hai imparato “lontano” ti serve per comprendere, con più lucidità di chi le vive quotidianamente, le trasformazioni della nostra società? Che cosa fa emergere in te questa ottica lontano /vicino?

Direi come premessa che questo continuo andare e tornare, questo partire e rientrare fa apprezzare come straordinario l’ordinario, induce a guardare quello che solitamente non vedi perché è parte della usuale quotidianità, della “normalità”, e la normalità la vivi non la giudichi, la dai per scontata. Invece, nella mia ottica oscillante tra lontano e vicino, quando cammino per la mia città apprezzo per esempio il fatto di non dover guardare sui tetti per scorgere cecchini appostati: cambia quindi accanto al mio modo di guardare anche quello di camminare. E godo intimamente di questa libertà e per questa libertà. Non avendo fortunatamente conosciuto la guerra qui nella mia terra, sono quella paura e impotenza e pietà provate altrove che mi fanno capire e sentire quello che sfugge a un occhio assuefatto. E a proposito di assuefazione dello sguardo ricordo spesso che la prima volta che tornai in Italia dall’Etiopia in stazione a Bologna, in mezzo a tanta gente che correva, si accalcava, vociava, provai un moto incoercibile e irrazionale di paura, quasi dovessi difendermi da incombenti minacce di furto e di morte. E’ che abitui l’occhio a un posto e l’abissale diversità da quel posto induce a volte la vertigine. E’ come quando, dopo certi viaggi, entro in un supermercato: sono quasi disorientata, sopraffatta dalla quantità della merce offerta: per noi è normale, ovvia anzi, la varietà delle opzioni, delle marche allineate sugli scaffali. In certa Africa no. Quando torno a casa godo delle piccole cose: la bellezza di mettermi sotto il  getto d’acqua di una doccia, di sedermi a chiacchierare con una bottiglia di vino sulla tavola: cose che hanno un sapore che gusto a fondo. Ma c’è anche un altro livello più intimo e profondo di questo mio ritorno che potrei sintetizzare così: elaboro il lutto del passaggio da un mondo all’altro e la sensazione di perdita temporale, e quasi come antidoto a quella sofferenza avverto il bisogno di soffermarmi a lungo con le persone care, ma non sempre racconto quello che ho vissuto perché sembrano vite non mie…

Quasi una necessità di rimozione…

In un certo senso sì; diciamo che cerco di far pace con quello che so, ho visto, ho conosciuto e di sospendere il giudizio su tutto ciò che non posso cambiare. Lavoro sul mio senso del limite. Naturalmente accanto a quello che godo e apprezzo c’è anche la sofferenza che mi prende ad ogni ritorno; direi che, soprattutto appena tornata, con l’occhio ancora allenato, vedo la nostra realtà più con lo sguardo della reporter e meno con la contaminazione affettiva. E allora noto trasformazioni molto veloci, ma colgo anche tante involuzioni, paure inutili, ansie, energie mal riposte, desideri male indirizzati: potrei dire in sintesi che soffro l’eccesso di sovrastrutture con cui abbiamo resa complicata e artificiale la nostra vita quotidiana anche di relazione, resi difficili i rapporti, soffocata la naturalezza.

Nel tuo racconto del cuore umano non poteva mancare la narrazione di una crisi questa volta non lontana ma a noi vicinissima: il terremoto della nostra Emilia con crolli degli edifici e degli animi, delle costruzioni di pietre e di vite. Nel bellissimo volume Magnitudo Emilia (da cui, come per il precedente “Scritto sull’acqua”, è stato ricavato uno spettacolo che eleva a potenza la forza delle tue parole) ti sei ristretta appunto all’elemento verbale affidando l’immagine a Luigi Ottani. Perché in questo caso ti sei tenuta la parola e perché la scelta di una parola frammentata?

Perché era la realtà, quella fuori e quella dentro gli uomini, che si era frammentata: le cose si erano smembrate col terremoto, quindi non era possibile una narrazione continuata, fluida, perché ogni continuità si era interrotta; perciò il genere del frammento era d’obbligo. Ma, io credo, era anche un modo per comporre, il che non significa necessariamente ri-comporre. Tu dici che mi sono ristretta all’elemento verbale e mi chiedi perché mi sono tenuta la parola: mi piace questa tua espressione perché, è vero, mi sono tenuta stretta la parola e mi sono aggrappata alla parola, dal momento che sulla parola sentivo in quell’evento di dovermi concentrare; infatti è quello il mio modo espressivo più familiare e forte, più costruito e disciplinato, più potente anche o almeno credo: il mio primo sguardo per formazione e vocazione rimane comunque e sempre quello letterario.

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